LA RESISTENZA TACIUTA

La sede A.N.P.I. di Andria (Bat) è intitolata alle “Donne della Resistenza”.  In questa locuzione è racchiusa l’attribuzione del giusto valore che viene riconosciuto alle donne e, in particolar modo, a quelle che si sono spese per portare aiuti, spesso vitali, agli uomini che hanno combattuto per liberarci dalle dittature della prima metà del XX secolo.

In una storia scritta, quasi sempre, al maschile, la donna ha stentato per vedersi riconosciuto il giusto  valore e per meritare il rispetto che le è dovuto e che è stato sovente calpestato.

Sin dai tempi antichi, a quasi tutti i popoli è appartenuta la convinzione che la donna dovesse essere soggetta all’uomo e, su questo assunto, si è costruita la società patriarcale dei Persiani, dei Greci e dei Romani. Le donne, per la verità, sin dai tempi antichi han cominciato a lottare per affermare il loro diritto ad esserci e a collaborare nella gestione della famiglia e dello Stato ma han dovuto combattere contro l’opposizione strenua dei conservatori, che oggi diremmo “maschilisti”, preoccupati di perdere lo scettro di una presunta ma codificata superiorità. Ma la forza dell’animo femminile sta, anche, nella sua caparbietà e le donne, ancorchè rassegnate a restare accartocciate dietro al focolare domestico, han cominciato a far perlomeno sentire la loro voce. Il tutto, con grande meraviglia degli uomini, non preparati  a guizzi di indipendenza e, perciò, basiti di fronte a queste diatribe di genere se, ancora nel Medioevo si discuteva su un problema serio, per i tempi: la donna era dotata di un’anima, come l’uomo, o ne era priva, come le bestie? In attesa di trovare la giusta risposta, la donna rimase confinata nella sua presunta inferiorità, riconosciuta dalla legge.
Nel Rinascimento, la situazione parve migliorare leggermente, se è vero che, soprattutto presso le classi più elevate, alcune donne riuscirono a raggiungere alti gradi di istruzione e ad affermarsi in vari campi, quali la letteratura o l’arte. Ma, la tanto agognata parità, se era ancora cosa poco conosciuta, era anche molto al di là da venire.

Il movimento che si è proposto e si propone il preciso scopo di ottenere l’equiparazione della donna all’uomo, sia in campo civile che in campo socio-politico, e il diritto della donna di realizzare liberamente la propria personalità, si chiama femminismo.E’ un movimento tipicamente moderno, che nasce in Francia , insieme con i dettami di libertà e uguaglianza propri della Rivoluzione Francese. Se tutti gli uomini dovevano essere uguali, di fronte a Dio e di fronte alla legge, non si capiva perché le donne dovessero esserlo un po’ meno. Nella “Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina”, che vide la luce in Francia, nel 1789, all’indomani della Rivoluzione, si afferma: “La donna nasce libera e ha gli stessi diritti dell’uomo. L’esercizio dei diritti naturali della donna non ha altri limiti se non la perpetua tirannia che le oppone l’uomo. Questi limiti devono essere infranti dalla legge, dalla natura e dalla ragione”.  E ancora : “ Se la donna ha il diritto di salire sul patibolo, deve avere anche il diritto di salire sulla tribuna”. Cosi affermava Olimpia de Gouges, autrice rivoluzionaria fatta ghigliottinare da Robespierre nel 1793.

Queste idee, molto rivoluzionarie per i tempi, a piccoli passi invasero l’Europa. Nel 1880 le donne inglesi ottennero il diritto di voto nei consigli municipali e nei consigli di contea. Nel 1903 sorse un movimento politico femminista che lottò, con comizi e manifestazioni pubbliche, per ottenere il diritto di voto, o suffragio, per le donne. Per questo motivo, le militanti furono chiamate suffragette. Per fare breccia nella resistenza della società britannica, poco propensa a cambiamenti “in rosa” che riteneva epocali, esse ricorsero alla lotta aperta. Disturbarono i comizi dei deputati, incendiarono negozi ed edifici pubblici, fino ad ottenere, nel 1918, il diritto di voto. Da allora in poi, il termine indica ogni donna che lotta per il riconoscimento della dignità delle donne e, in parte, coincide con il termine “femminista”!

Anche al di là dell’Oceano, le donne non rimasero a guardare. Per tutto l’800, le femministe statunitensi lottarono non meno tenacemente di quelle inglesi senza ricorrere, però, ad azioni violente: loro manifestazioni tipiche furono parate, cortei con fiaccole e striscioni e marce di protesta, al fine di sensibilizzare l’opinione pubblica. Ma proprio negli Stati Uniti si verificò, all’inizio del secolo, un terribile episodio, a perenne ricordo nella “giornata della donna”: l’8 marzo 1908 morirono, durante un incendio improvviso, scoppiato in un’azienda tessile di New York, 129 operaie statunitensi, che erano riunite in sciopero all’interno della fabbrica stessa. Nonostante questa tragedia, la lotta delle donne continuò, non solo negli Stati Uniti e in Inghilterra ma anche in ogni Paese d’Europa. Qui, le donne riuscirono ad eguagliare l’uomo in tutti i campi e ad ottenere, finalmente, il diritto di voto, per contribuire alla gestione della “cosa pubblica”, lo Stato.

Si vede, dunque, come la diffusione delle idee rivoluzionarie, anche se democratiche, aveva prodotto un miglioramento nella concezione della donna. La crescita dei sindacati, inoltre, aveva contribuito a migliorare le condizioni della vita lavorativa della donna. Nei Paesi più avanzati, infatti, furono sancite innumerevoli leggi che controllavano il numero delle ore di lavoro svolto da tutte le operaie di sesso femminile, riconoscendo ad esse anche i permessi di maternità.

L’emancipazione femminile ha praticamente compiuto cento anni nel 2018, dal momento in cui, nel 1918, il Parlamento del Regno Unito aveva approvato la proposta del diritto di voto per le mogli dei capifamiglia sopra i 30 anni. Dieci anni più tardi, il suffragio era stato esteso a tutte le donne del Regno Unito.

La rivalutazione della donna  si ebbe soprattutto negli Stati Uniti e non in Europa, dove il percorso fu molto più lento e irto di difficoltà. Soprattutto in Italia, il pur iniziato e affermato movimento di emancipazione femminile fu soffocato dall’avvento del fascismo che, da regime autoritario e maschilista, trattò le donne in maniera tradizionalmente retrograda, considerandole l’anello debole, e quasi incapace, della società. Molto utili per la procreazione, perché all’Impero del Duce servivano prodi combattenti, non venivano per nulla considerate in altri ambiti, soprattutto professionali, dove, al contrario, furono approvate norme che ne limitavano le possibilità di carriera. Fu impedito alle donne di esercitare l’attività di avvocato e di magistrato, adducendo a motivazione, la pericolosità degli sbalzi umorali, che avrebbero inficiato la serietà e l’obiettività dei giudizi.

Furono le due guerre mondiali a fornire, alle donne, la grande occasione di far comprendere il loro valore. Chiamate a sostituire gli uomini, impegnati al fronte, esse ebbero libero accesso alle professioni operaie ed entrarono in fabbrica e alle professioni intellettuali, in cui si distinsero per profondità critica ed operativa.

Fu, soprattutto, il secondo conflitto mondiale a consacrare l’importanza dell’apporto della donna alla difesa della Patria. I venti mesi di guerra partigiana furono caratterizzati dall’impegno, spesso estremo, delle donne che furono attivamente impegnate ad aiutare i loro uomini, che combattevano il nazifascismo. Soprattutto all’indomani dell’armistizio di Cassibile, dell’8 settembre del 1943, le donne affiancarono gli uomini, fratelli, mariti, figli o semplici sconosciuti, uniti dall’impegno comune, nel portare avanti la lotta partigiana. Furono postine, crocerossine ma, soprattutto, staffette. Le eroiche staffette partigiane, politicamente consapevoli del grande lavoro che stavano svolgendo e consce dei rischi che correvano, svolsero un indispensabile ruolo di collegamento tra i vari comandi e i vari gruppi militari della Resistenza. Pare di vederle, le instancabili staffette, arrancare su biciclette sgangherate, per portare cibo o documenti da una grotta all’altra, sui monti dove si nascondevano, e combattevano, i loro uomini. E pare di vederle, ancora, mentre cucinano povere cose per i loro uomini, togliendosi il pane di bocca per darlo a chi combatteva; o mentre bendavano gambe o braccia maciullate o confortavano uomini feriti o morenti. La storia, si diceva, è stata spesso declinata al maschile! Anche quella delle guerre e della Resistenza che ad esse si accompagna. Ma, ci chiediamo, cosa sarebbe stata la Resistenza senza le donne che, in sordina, hanno lottato e, spesso, sono morte, per tenere sempre accesa quella fiamma di libertà, che portò alla liberazione dal nazifascismo? Forse sarebbe stata una Resistenza diversa! O, forse, non ci sarebbe stata la Resistenza. Perché non si può combattere o nascondersi dall’artiglieria nemica senza conoscerne le mosse. E non si può combattere, standosene al freddo, sui monti, se non ci sta un pane a sfamare corpi sfiniti. E’ a questo che son servite le donne e la loro, è stata una resistenza, se possibile, ancor più pericolosa di quella degli uomini. I partigiani, una volta presi, venivano torturati, per far loro confessare i nomi dei compagni, e poi uccisi. Le donne, oltre a questo, una volta catturate, venivano anche violentate, come estremo oltraggio al nemico. Chiediamoci, oggi, quante di noi avrebbero saputo tener testa ad un nemico tanto orribile, ad una ferocia tanto disumana, a privazioni tanto costose. Credo….poche. Ma le donne la storia, la grande storia, l’hanno fatta. E, a guerra finita, quando si trattò di scrivere la Carta Costituzionale, quella Costituzione meravigliosa che vien detta “la più bella del mondo”, le donne c’erano. Accanto ai Padri Costituenti, ci furono 21 Madri Costituenti, le madri di una patria che avevano contribuito a far nascere e di cui, a diritto, avevano la maternità.

E, quell’Italia che avevano contribuito a liberare e a rendere unica, premiò le donne, facendole partecipare alla gestione della “cosa pubblica”: nel 1946, un decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, Ivanoe Bonomi, concesse anche alle donne italiane il diritto di voto. Esso fu esercitato, per la prima volta a livello di referendum istituzionale, nelle elezioni amministrative e politiche per l’Assemblea Costituente, avvenuto il 2 giugno 1946.

Da quanto detto e per il contributo dato dalle donne alla “costruzione” di un ‘Italia libera e sana, è giusto che la storia riconosca alle donne il posto, sul podio, che spetta loro di diritto.

Noi, nel nostro piccolo, abbiam voluto dare un umile contributo ad un grande impegno ed abbiamo intitolato la sede A.N.P.I. di Andria alle “Donne della Resistenza”, intendendo non solo le donne che han fatto resistenza attiva, durante il secondo conflitto mondiale, ma tutte le donne che, quotidianamente, resistono ai problemi e li affrontano, alle donne che non si girano dall’altra parte, di fronte alle violenze perpetrate a danno dei deboli, alle donne che lottano per un mondo degno di essere vissuto, alle donne che hanno sempre, dentro, la forza che la natura ha loro donato, e che il mondo, oggi, riconosce! Ci sono ancora angoli da smussare e muri da abbattere ma, la forza delle donne….non conosce limiti!

Gemma De Chirico

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